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Hate speech online: le donne ancora il primo bersaglio dell’odio in rete


Tempo di lettura stimato: 3 minuti

È capitato a tutti noi, anzi spesso avviene a scadenza quotidiana: leggiamo una notizia sui social, magari diffusa dalla pagina di un importante quotidiano, e nei commenti si scatena una vera tempesta d'odio, con decine o centinaia di profili che intervengono attaccando talvolta chi ha compiuto un crimine e talvolta la vittima.

Il cosiddetto “hate speech”, il discorso d'odio, trova un terreno particolarmente fertile in rete, grazie all'anonimato che il mondo online consente, alle poche conseguenze che gli autori subiscono e alla distanza che il mezzo digitale permette di interporre tra sé e il proprio bersaglio. Un odio che da ormai parecchi anni Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti si pone l'obiettivo di misurare.

Il risultato è la Mappa dell'intolleranza, un importantissimo ritratto del discorso online in Italia, con una misurazione precisa e sistematica dei discorsi di odio che aiuta a comprenderne volume e bersagli.

La nona edizione della Mappa ha analizzato 2 milioni di contenuti estratti da X (ex Twitter) su temi di attualità, classificandoli in positivi e negativi e stabilendo, con un’analisi qualitativa, se si tratta di contenuti che propagano stereotipi o di odio vero e proprio. I risultati di questo ritratto dell'hate speech italiano non lasciano spazio a dubbi.

Il 56% dei contenuti è negativo

Questo dato conferma un'abitudine purtroppo nota tra gli internauti: chi scrive un post o commenta, spesso lo fa per diffondere odio, hate speech appunto. Il 56% del dibattito è, infatti, portatore di assunzioni negative, a fronte di un misero 4% di contenuti positivi e di un restante 40% di argomenti neutri.

Tra gli account di cui è possibile identificare il genere, gli uomini rappresentano la fetta decisamente più grande di coloro che diffondono contenuti negativi, con un netto 61%. Tuttavia, quelli prodotti da donne hanno una capacità maggiore di stimolare interazioni.

Le donne rimangono la categoria più presa di mira

Nonostante sia in discesa rispetto all'impressionante dato del 2024, la misoginia rimane ancora il principale fronte dell'hate speech online, raccogliendo da sola il 37% dei tweet. Seguono l'antisemitismo con il 29%, la xenofobia e l'islamofobia, entrambi al 13%. Abilismo (5%) e omotransfobia (3%) chiudono la classifica con valori minoritari. La misoginia, pur mantenendo il primato, registra una contrazione sul totale che potrebbe apparire come un dato positivo, ma in realtà, sottolinea Vox, significa soprattutto che è ormai talmente radicata nel nostro linguaggio, che gli insulti che la contraddistinguono vengono utilizzati a prescindere dal loro ancoraggio originale.

La Mappa conferma una tendenza già vista in passato: il discorso d'odio vive dei picchi in corrispondenza di alcuni casi di cronaca o di alcune iniziative politiche di particolare risonanza mediatica. Ad esempio, la misoginia conosce un incremento impressionante all'indomani dei casi di femminicidio più discussi, così come i discorsi omofobi si concentrano in particolare nelle giornate del Pride o in seguito ad aggressioni ai danni di persone LGBTQIA+.

Viralità controllata

“Ciò che emerge con forza è che i contenuti negativi non si diffondono in modo casuale, ma seguono pattern precisi e ricorrenti”: è quanto affermano gli esperti di Vox prendendo in esame la diffusione virale di determinati post d'odio, che hanno a supporto una vera e propria rete di utenti che li rilancia e ne spinge le interazioni. Bastano pochi account che agiscono in sinergia per creare un’esplosione improvvisa di discorsi ostili. Questo è un elemento che riveste grande importanza nell'orientare i dibattiti attorno a molti temi in rete.

Una rete che, purtroppo, e la Mappa dell'Intolleranza lo conferma, è un luogo in cui i meccanismi della moderazione sono incapaci di bloccare l'hate speech, e in cui gli account agiscono in modo coordinato per rendere virali discorsi discriminatori, trasformandoli in senso comune.