Cyberbullismo: cos’è e come combatterlo?

LA PAROLA ALL’ESPERTO – IVANO ZOPPI

Il cyberbullismo è un fenomeno in crescita, che colpisce adolescenti e bambini sempre più giovani. Su questo tema, per la nostra sezione “La parola all’esperto” abbiamo intervistato Ivano Zoppi, Segretario Generale della Fondazione Carolina.

Fondazione Carolina fornisce supporto a ragazzi, famiglie e docenti per contrastare il cyberbullismo, e si occupa di educare i giovanissimi alle relazioni tra loro e a un uso più responsabile e sicuro della rete. In occasione del Safer Internet Day 2021 ha anche lanciato #Toolbox, una cassetta degli attrezzi contro il cyberbullismo indirizzata a bambini, ragazzi, genitori e insegnanti.

Qual è l’età in cui ragazzi e ragazze sono più vulnerabili al cyberbullismo?

Se mi aveste fatto questa domanda qualche anno fa avrei detto 12-13 anni. Oggi purtroppo devo rispondere 7-8, perché sempre più spesso i bambini già a quell’età hanno in mano uno smartphone, e senza controllo da parte dei genitori rischiano di entrare in dinamiche che possono condurre al cyberbullismo.

Il cyberbullismo è sicuramente legato a degli episodi, ma noi dobbiamo ragionare sulla quotidianità dei ragazzi. Cosa fanno tutti i giorni con in mano questi strumenti? Quali social frequentano? Cosa scrivono? Ecco, è proprio lì che bisogna andare a cercare quelli che poi diventano i germogli del cyberbullismo.

E quali sono i luoghi della rete più pericolosi?

Dobbiamo immaginarci la rete come un parco giochi, in cui ci sono giostre adatte a diverse età. Questo succede anche nella rete. Che si tratti della navigazione su internet o dell’utilizzo di piattaforme specifiche come i social, lì dentro si possono certamente trovare quelli che possono rappresentare dei pericoli per i nostri ragazzi. Andando poi a fare qualche esempio, social come Tik Tok o Telegram andrebbero affrontati con un po’ più di attenzione. Telegram è un social russo, in cui è possibile oscurare il numero di telefono e creare gruppi o sottogruppi, e per questo ospita anche cose davvero orribili. Abbiamo scoperto gruppi da 50-100.000 utenti nei quali circolano immagini di ragazze molto giovani.

Quali sono le azioni che i bulli compiono più di frequente?

Si parte dall’esclusione da una chat, ad esempio un gruppo Whatsapp di classe, per arrivare fino alla creazione di gruppi nei quali le vittime vengono vessate, prese in giro, e in cui circolano insulti, foto modificate, video. Comincia tutto così. È qui che mi ricollego a quanto dicevo poco fa, la quotidianità. I ragazzi non hanno la percezione che ciò che può sembrare uno scherzo, fa male. Quello che noi diciamo sempre è che tutto quello che accade nella vita cosiddetta virtuale ha comunque sempre delle conseguenze nella vita reale. Se insulto qualcuno in chat, il destinatario di questo messaggio si sentirà male nella vita reale. Il dolore se lo sentirà addosso. È questo che dobbiamo capire, e dobbiamo capirlo nell’accezione quotidiana di quello che facciamo, altrimenti non ne usciamo.

Per noi il cyberbullismo non è il problema, è una parte del problema, è una conseguenza. Se noi continuiamo a lavorare sul sintomo e non sulla causa, sbagliamo prospettiva. Il cyberbullismo non è né un problema tecnologico, né un problema di episodi. È un problema culturale. Se noi non torniamo a educare al rispetto verso se stessi e verso gli altri, alla consapevolezza dell’utilizzo delle parole e del fatto che possono fare male, dovremo sempre affrontare problemi come il cyberbullismo.

Quali segnali può dare un ragazzo o una ragazza vittima di cyberbullismo?

Non è possibile stilare un elenco di segnali valido per tutti. La risposta è soggettiva. Tuttavia ci sono dei segnali a cui prestare attenzione, come il fatto che il ragazzo o la ragazza ha paura di uscire di casa, che improvvisamente evita di collegarsi a internet; ma anche la mancanza di voglia di fare, di socializzare, di appetito, stati di ansia, di rabbia repressa o espressa. I segnali possono essere davvero tanti. L’importante però non è solo sapere quali sono, ma saperli cogliere. E questo passa da un ascolto, da una presenza, da un affiancamento, da un prendersi cura che deve avere un risveglio da parte delle famiglie. Tornare ad avere il coraggio di educare. E lo si ha nel momento in cui si sta con i propri figli. Non demonizziamo la tecnologia, è una bella esperienza, ma proprio per questo dobbiamo proteggere i nostri figli dal suo lato negativo.

Ci sono degli strumenti utili con i quali i genitori possono intervenire sulla tecnologia, per renderla più sicura?

Sicuramente sì, ci sono degli strumenti utili come ad esempio il parental control. Si tratta di app, gratuite o meno, che danno la possibilità di “controllare” il telefono dei propri figli. Sono senza dubbio strumenti importanti, ma tutto dipende da chi li usa e come. E se non sono accompagnati da una relazione educativa importante, servono a poco. Ogni tanto poi è anche bene controllare il telefono del proprio figlio. Certamente bisogna avere la password, perché non dobbiamo dimenticare che il telefono è del genitore. La SIM che c’è all’interno del telefono è intestata al genitore, su questo bisogna tornare ad essere molto presenti. Anche perché nel momento in cui un ragazzino sotto i 14 anni compie una fattispecie di reato assimilabile al cyberbullismo, chi ne paga le conseguenze in sede civile sono i genitori. Dopo i 14 anni in sede penale è responsabile il ragazzino, e in sede civile ancora i genitori. C’è una necessità di attenzione in più da questo punto di vista.

E come si può intervenire quando gli episodi si sono già verificati?

Noi consigliamo sempre e comunque di presentare denuncia alle forze dell’ordine, perché questo dà la possibilità di agire il più tempestivamente possibile. Poi ci sono degli strumenti, come la legge 71/17 (dedicata proprio a Carolina Picchio, da cui la Fondazione prende il nome ndr). Questa legge consente anche ai ragazzi che hanno compiuto 14 anni di chiedere la rimozione dei contenuti ritenuti offensivi, rivolgendosi in prima persona al gestore, o, se il gestore non fa nulla, al garante della privacy. Si tratta della prima legge in Italia e in Europa per la prevenzione e il contrasto del fenomeno. E in caso di dubbi o timori, c’è Fondazione Carolina che mette a disposizione un team di pronto intervento che supporta, sostiene, accompagna i ragazzi, le famiglie e i docenti nel momento del bisogno.

Fondazione Carolina ha registrato un aumento notevole dei casi di cyberbullismo durante la pandemia. Pensate che sia un trend destinato a rimanere? La rete sta diventando più violenta e pericolosa per i giovanissimi?

Sicuramente il fatto ci sia stata la DAD, e quindi la costrizione a stare di più davanti agli schermi, ha favorito una crescita degli episodi. Ci auguriamo che la riapertura dia la possibilità ai ragazzi di staccarsi un po’ dagli schermi. C’è però da dire che la DAD ha confermato un trend in crescita, è stata solo un acceleratore. Dal nostro osservatorio abbiamo certamente visto un aumento durante la DAD, ma già da prima si notava un grosso incremento dal punto di vista dei numeri. Siamo passati dalle 50-60 segnalazioni mensili prima del lockdown a 300.

Secondo lei questo aumento è dovuto al fatto che i ragazzi hanno il cellulare sempre più presto?

I ragazzi hanno il mondo dentro la tasca dei jeans. Dentro quei dispositivi passa tutta la loro vita. Possono diventare i loro migliori amici, i loro confidenti, il mezzo attraverso cui si relazionano con gli altri e condividono la loro identità e la loro intimità. Però dobbiamo ricordare ai ragazzi che si tratta di strumenti, e che tutto dipende da come li usiamo.

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