Cyberbullismo, educazione e accesso alla rete

Cyberbullismo è una parola che siamo ormai abituati a leggere periodicamente sui quotidiani o a sentire al telegiornale, di solito in occasione di qualche episodio particolarmente grave che richiama l’attenzione della cronaca. Ma cosa si intende per cyberbullismo?

Si tratta di una forma di prevaricazione che avviene attraverso internet, social network e cellulari (in particolare SMS e MMS) attuata da un singolo o da un gruppo nei confronti di una vittima. Questa può essere molestata attraverso e-mail e messaggi di minaccia, usando foto o video imbarazzanti in cui compare per ricattarla, sottraendo l’accesso ai suoi profili sui social network per pubblicare contenuti offensivi e attuare comportamenti scorretti, rubandone l’identità. L’età dei ragazzi coinvolti in questi comportamenti (come bulli o come vittime) va nella maggior parte dei casi dai 10 ai 16 anni. Di solito chi subisce questa forma di violenza non è in grado di difendersi e i comportamenti prevaricatori possono andare avanti anche per mesi (o anni), anche perché per le vittime a volte è impossibile risalire alla vera identità del bullo.

In Italia si parla da alcuni anni di questo fenomeno ed esistono alcune ricerche in merito. In particolare, uno studio condotto dall’osservatorio sul cyberbullismo Open eyes ha recentemente rivelato che il 23,5% dei ragazzi intervistati ha ammesso di aver compiuto atti di bullismo online, mentre il 26% ha detto di esserne stato vittima. Lo studio si basa su un campione di 2.419 studenti.

Spesso i genitori dei ragazzi coinvolti non si rendono conto di questi comportamenti perché non sanno che cosa fanno i loro figli quando sono online o al cellulare. Anche in assenza di episodi di cyberbullismo, il ruolo dei genitori, così come quello della scuola, è fondamentale: ai ragazzi deve essere spiegato come muoversi su internet e come comportarsi sui social network. Se consideriamo poi che i più giovani sono immersi nelle nuove tecnologie sin dalla nascita, possiamo anche capire come per loro l’approccio alla rete e agli altri strumenti digitali sia più naturale e istintivo rispetto a quello dei genitori. Questi, però, possono insegnare l’attenzione alla propria privacy, alla correttezza del comportamento in rete, allo spirito critico nei confronti dei contenuti e delle situazioni che i figli possono incontrare. Del resto, la rete è un luogo come un altro in cui è possibile andare.

Il fatto che spesso manchi una reale consapevolezza dei propri comportamenti da parte dei bulli è confermato dalla Polizia: in seguito a interventi in casi di cyberbullismo, infatti, spesso gli agenti hanno visto reazioni di stupore, di vergogna e lacrime da parte dei bulli più giovani, perché non si erano resi conto della ferocia del proprio comportamento.

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