Affrontare con consapevolezza la nostra vita digitale non vuole dire solamente sapere quali rischi si corrono in termini di privacy, sicurezza dei dati personali e possibilità di truffe (legate al furto di identità o ad altre frodi). Per vivere bene online è necessario conoscere il contesto in cui ci troviamo a interagire con informazioni, contenuti e, soprattutto, altre persone.

La velocità con cui si evolvono le tecnologie informatiche potrebbe scoraggiare l’approfondimento e non sempre si è disposti a spendere tempo per valutare un nuovo servizio o imparare a usare una piattaforma appena nata. Ma, se pensiamo ai social network o ai motori di ricerca che utilizziamo quotidianamente, cosa sappiamo dei meccanismi e degli algoritmi che li fanno funzionare? Spesso poco, o quasi nulla. Eppure determinano le informazioni a cui possiamo accedere e quelle che, invece, rimangono per noi più difficili da raggiungere.

Negli ultimi anni, in parallelo con la nascita e la crescita dei social network, si è sviluppata una forte tendenza alla personalizzazione dei servizi Internet. Sempre più spesso, per esempio, per accedere a un sito ci vengono chiesti username e password: questi dati ci identificano e le informazioni sulle nostre abitudini di navigazione, sugli argomenti di cui parliamo e sui nostri contatti sono a disposizione della società che fornisce il servizio. Il primo utilizzo è commerciale, perché questi dati sono necessari per gli inserzionisti, il secondo, invece, riguarda la personalizzazione dell’offerta.

Prendiamo il caso del motore di ricerca Google: i server a cui arrivano ogni giorno le nostre ricerche ne tengono memoria, così come analizzano altri dati come la nostra posizione geografica e il sistema operativo installato sul PC. Queste informazioni servono a Google per selezionare i contenuti che ci verranno proposti come risultati delle nostre ricerche. Quindi, in base alle parole che usiamo, ai link che clicchiamo e alle altre informazioni personali che hanno raccolto su di noi, ci forniscono i contenuti che ritengono più azzeccati.

Se l’aspetto teorico può non apparire chiarissimo, è sufficiente un esempio per capire bene cosa succede al di là della nostra possibilità di controllo: è sufficiente che due utenti diversi eseguano la stessa ricerca, con le stesse parole chiave, per ottenere risultati diversi, anche senza che ce ne sia nemmeno uno in comune.

Sorprendente? Sì e forse anche pericoloso, perché sono sempre più spesso gli algoritmi a decidere cosa possiamo trovare nel mare di informazioni della rete e, soprattutto, non possiamo sapere quali contenuti rimangono fuori dalla nostra ricerca. Contenuti che, per la profilazione che è stata fatta dei nostri comportamenti online, potremmo non riuscire a raggiungere in altro modo.

Eli Pariser, statunitense attivista per i diritti digitali, ha spiegato molto bene questi meccanismi nel suo libro The Filter Bubble. Conoscere gli strumenti che usiamo è il primo passo per agire consapevolmente.