Tra le caratteristiche distintive del cosiddetto web 2.0, possiamo individuare la partecipazione degli utenti alla creazione e alla diffusione di contenuti originali e la condivisione spontanea di informazioni di tutti i tipi: testi, foto, video, audio. I social network nascono proprio con queste intenzioni e ci permettono di rimanere in costante contatto con moltissime persone, che siano nostre dirette conoscenze o meno.

La facilità di condivisione delle informazioni, considerata un valore aggiunto da chi gestisce i social network, e il ritmo sempre più veloce che la Rete impone (anche grazie alla diffusione di connessioni in mobilità, con smartphone e tablet) possono però rivelarsi un’arma a doppio taglio per la protezione dei nostri dati personali.

Ogni segno che lasciamo su Internet contribuisce a costruire un pezzetto della nostra identità e della nostra reputazione che non si limita solo alla nostra presenza online. Per questo non dobbiamo mai dimenticare che, molto spesso, siamo noi stessi i primi responsabili delle informazioni che rendiamo disponibili sul web. Il consiglio più semplice da seguire, in questi casi, si potrebbe riassumere in “se non vuoi che si sappia, tienilo per te”.

Ma spesso non basta, perché i social network (e non solo loro) possono ottenere anche informazioni su di noi in maniera indiretta: succede quando veniamo “taggati” in una foto su Facebook oppure quando ci iscriviamo a un nuovo servizio web e ci viene chiesto di cercare tra i nostri contatti su altre piattaforme per individuare in pochi clic gli amici già presenti.

Per essere sicuri di quello che stiamo facendo e di come vengono utilizzate le informazioni che decidiamo di condividere, è importante perdere qualche minuto per leggere le informative sulla privacy presenti sui siti a cui ci iscriviamo. Bisogna inoltre fare attenzione nel caso in cui le regole vengano cambiate (lo ha fatto Google all’inizio di marzo), perché i nuovi termini di servizio potrebbero risultare anche molto diversi.

C’è poi la possibilità, secondo la normativa comunitaria, di avere accesso alle nostre informazioni personali, facendo richiesta direttamente ai responsabili del trattamento dei dati. Avere un’idea di cosa un’azienda sa di noi potrebbe renderci più attenti ogni volta che si tratta di condividere informazioni sul web. Qualcuno potrebbe anche rimanere molto sorpreso, come è successo a Max Schrems, uno studente austriaco di 24 anni. Schrems aveva richiesto a Facebook di poter vedere quali suoi dati fossero in possesso dell’azienda e, dopo vari tentativi senza risposta, si è visto recapitare a casa un CD contenente 1.200 pagine di informazioni. Chat, messaggi sulla bacheca, foto (anche quelle non sue, ma in cui era stato taggato): i suoi tre anni di presenza sul social network creato da Mark Zuckerberg erano tutti racchiusi in quel migliaio di pagine, un dossier che potrebbe fare invidia a un servizio segreto. Max Schrems, studente di giurisprudenza, dopo aver analizzato i contenuti di quei file, ha deciso di depositare ben 22 denunce per violazione della privacy, ingaggiando una vera e propria battaglia per la trasparenza nella gestione dei dati personali.

Mentre l’Unione Europea si prepara ad armonizzare la normativa sulla privacy dei singoli stati, l’attenzione a ciò che condividiamo rimane sempre molto importante.