Selfie: le informazioni che non pensiamo di dare

La parola ormai la conosciamo tutti, nel 2013 è entrata nell’Oxford Dictionary e, ora, “selfie” si può trovare anche nel vocabolario Treccani online. Questa la definizione: “autoscatto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale”.

Un selfie può dire molto di noi, in maniera più o meno consapevole. Se siamo noi a decidere la nostra espressione, l’abbigliamento e l’inquadratura, altre informazioni potrebbero passare senza che noi facciamo attenzione: prima di tutto il luogo e il tempo, sia per i servizi di geolocalizzazione che per dettagli che possono apparire nella foto (oltre all’ora e al giorno dello scatto). Se a volte queste informazioni sono irrilevanti, in altri casi potrebbero complicarci un po’ la vita (o potrebbero complicarla a qualcuno che, inconsapevolmente, è finito nella nostra fotografia).

Non solo: se riempiamo i social network di nostre foto su una spiaggia dall’altra parte del mondo, qualche malintenzionato potrebbe pensare che il nostro appartamento è vuoto, potrebbe cercare informazioni su di noi e provare a svaligiarlo.

Se invece vogliamo che le nostre foto restino private, dobbiamo stare molto attenti alle impostazioni dello smartphone con cui scattiamo.

Jennifer Lawrence, Kirsten Dunst, Ariana Grande, May Winstead, Victoria Justice: i nomi di queste star sono stati recentemente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo perché alcuni loro scatti senza veli sono stati rubati dai loro account iCloud e diffusi in rete. Sembra che l’autore del furto si sia impossessato di username e password e abbia così rubato le foto. Scatti creati e pensati per restare privati, sono stati condivisi su un server cloud (a causa della sincronizzazione con lo smartphone) – e qui potremmo già individuare il primo errore – su account protetti da password probabilmente deboli – secondo e grave errore.

Prima di prendere in mano il telefono e scattare il prossimo selfie, dunque, magari pensiamo a cosa vogliamo condividere, al luogo in cui questa immagine sarà conservata e, perché no, al fatto che un giorno potremmo aver bisogno del diritto all’oblio.

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