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A febbraio scorso è uscito il rapporto annuale dell’Ufficio Centrale Antifrode dei Mezzi di Pagamento del Dipartimento del Tesoro (Ucamp) sulle frodi realizzate con carte di pagamento emesse in Italia. I dati si riferiscono al 2015 e mostrano una tendenza tutto sommato positiva, in cui i pagamenti non riconosciuti dai legittimi proprietari delle carte sono in calo, mentre è in crescita il loro valore medio.

Le frodi via internet sono in aumento, ma il metodo più utilizzato dai ladri resta ancora lo skimming: una vera e propria manomissione fisica degli sportelli bancomat che permette di sottrarre i dati degli utenti che lo usano. Un’altra tecnica usata (nel 10% dei casi), è il cosiddetto cash trapping, ancora un intervento fisico sugli sportelli che riesce a bloccare le banconote in uscita, che vengono poi sottratte dai ladri. Interessante notare che nel 55% dei casi la tecnica con cui i ladri rubano il pin delle carte non è conosciuta. A volte i dati rubati vengono rivenduti, a prezzo variabile, su internet.

Pur se il tasso di frodi è più basso in Italia che in altri paesi, questo non deve farci abbassare la guardia, sia nel mondo reale, sia per quanto riguarda i sempre più frequenti pagamenti online.

In primo luogo, adottiamo tutte le misure per proteggere le nostre carte e i rispettivi pin: quando lo digitiamo – che sia per pagare un acquisto o allo sportello per ritirare del contante – facciamo in modo che nessuno lo veda, coprendo il tastierino con una mano.

Per gli acquisti online, attiviamo se possibile il controllo in due passaggi: se riceviamo un messaggio sul telefono con il codice per autorizzare un pagamento che non riconosciamo, è molto probabile che i dati della nostra carta siano stati rubati: contattiamo subito la banca, verifichiamo e, nel caso, denunciamo.

È inoltre importante controllare spesso il nostro estratto conto per renderci conto nel minor tempo possibile se c’è qualcosa che non va e poter così reagire, limitando i danni.

schedarioNelle ultime settimane tutti i media hanno parlato di Prism, sottolineando i rischi per la privacy spesso in opposizione alle misure necessarie alla sicurezza pubblica.

Ma che cosa è di preciso Prism? Per quello che sappiamo al momento dalle rivelazioni di Edward Snowden, si tratterebbe di un sistema che la National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti usa per accedere alle comunicazioni private degli utenti che risiedono fuori dagli Stati Uniti e che avvengono sui server di grandi aziende informatiche, tra cui Microsoft, Yahoo!, Google e Facebook.

Prism si baserebbe sul “Foreign Intelligence Surveillance Act” (FISA), una legge del 1978, più volte modificata dopo gli attentati dell’11 settembre. La fuga di notizie ha suscitato qualche malumore ai vertici e imbarazzo nel governo americano. Le risposte delle aziende coinvolte non si sono fatte attendere (Google, Microsoft, Yahoo! e Facebook). Molte persone in più hanno cominciato a interrogarsi sul problema della privacy.

Per il momento sappiamo ad esempio, direttamente dalle aziende, che Facebook ha ricevuto tra le 9.000 e 10.000 richieste di accesso negli ultimi sei mesi del 2012 (circa 18.000 i profili interessati), mentre Microsoft avrebbe ricevuto nello stesso periodo tra le 6.000 e le 7.000 richieste, per un totale di 31.000 account.

Casi come questi suscitano delle riflessioni. È possibile conservare un buon livello di privacy sui nostri dati e sulle nostre conversazioni? O piuttosto, man mano che ci affidiamo sempre di più al digitale, dobbiamo rassegnarci a considerare la protezione delle informazioni che ci riguardano come qualcosa del passato?

Telecamere, geolocalizzazione, social network, quantità elevate di dati che si concentrano sui server di poche grandi aziende… Non tutto è sotto il nostro controllo, certo, ma possiamo comunque fare la nostra parte, seguendo alcuni consigli per proteggere al meglio i nostri dati.