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Su queste pagine vi parliamo da tempo dell’importanza della protezione della nostra vita privata e delle nostre informazioni personali. Vi abbiamo spiegato cosa possiamo fare per nascondere le nostre attività online a occhi indiscreti e come possiamo rendere le conversazioni private davvero private.

Ma cosa sappiamo davvero di come funzionano i software che usiamo o quali informazioni i siti che visitiamo e le applicazioni possono conoscere senza che noi ce ne accorgiamo?

Con l’evoluzione della tecnologia non è più necessario capire il funzionamento dei dispositivi: ormai è facilissimo usarli e non c’è bisogno di essere un programmatore o un informatico per ottenere quello che vogliamo. Questo sistema è molto pratico ma può presentare alcuni inconvenienti.

Per esempio, limitandoci alla semplice navigazione in rete. Magari a volte usiamo le funzionalità di navigazione privata dei vari browser con l’obiettivo di nascondere quello che stiamo facendo e protegge la privacy, sì, ma meno di quello che pensiamo. Un articolo di StartupItalia racconta i limiti di questa funzionalità.

L’articolo parla inoltre di una pagina web che possiamo consultare per capire quante informazioni stiamo dando su di noi ogni volta che ci colleghiamo a un sito. La pagina in questione si chiama Webkay ed è un progetto sviluppato da Robin Linus.

Aprendo la pagina su qualsiasi browser ecco ciò che possono sapere di noi: dove siamo (con un buon dettaglio), il nostro sistema operativo (compreso browser e plugin installati), che dispositivo stiamo usando e quali caratteristiche ha (compreso il livello di carica della batteria), il nostro indirizzo Ip, con provider internet e velocità di navigazione, i social network a cui siamo collegati  (se abbiamo chiuso la navigazione senza scollegarci dai nostri profili)… E questi sono solo alcuni dei dati che trasmettiamo!

Difficile non restare basiti davanti a tutte queste informazioni che lasciamo in giro, vero? Fortunatamente l’autore della pagine dà anche alcuni consigli per proteggere la nostra privacy, ma è un argomento di cui anche noi torneremo a parlare.

 

 

In questi giorni Facebook sta cambiando le regole sulla privacy per i minorenni: fino a oggi, infatti, i ragazzi tra i 13 e i 17 anni potevano condividere i propri contenuti solo con gli amici diretti o con gli amici dei loro amici. Da adesso la gestione della loro privacy sarà la stessa degli adulti: potranno scegliere a chi rendere visibili i propri post. Se decideranno di condividere i propri aggiornamenti con tutti, saranno avvisati da un messaggio che ricorderà loro che un post pubblico è visibile da chiunque e non solo dai propri contatti. Inoltre potranno impostare, come gli altri utenti, un livello di privacy diversa per ogni singolo post.

L’obiettivo di Facebook, secondo quanto riporta Il Post, è aumentare il livello di condivisione e interazione degli utenti, come accade su Twitter, per esempio, che non prevede limitazioni di nessun tipo per i minorenni. Una prima conseguenza di queste nuove regole sulla privacy sarà per gli inserzionisti: potranno infatti avere accesso a un numero maggiore di informazioni sugli utenti nella fascia di età tra i 13 e i 17 anni.

Ma anche per i ragazzi le cose rischiano di essere molto diverse da prima: è quindi necessario che siano consapevoli di ciò che significa rendere pubblici i propri contenuti e i propri dati personali. L’introduzione delle nuove impostazioni di privacy di Facebook potrebbe diventare, per genitori e ragazzi, un momento di educazione alla propria presenza online per imparare a:
• riconoscere ed evitare gli episodi di cyberbullismo, trovando il modo e la forza di reagire;
• tenere per sé le proprie informazioni personali, senza condividerle con sconosciuti;
• accrescere lo spirito critico verso persone e contenuti che si trovano in rete (come fuori dalla rete, ovviamente).

Se è normale che gli adolescenti nascondano almeno parte di quello che fanno online ai propri genitori, questi possono comunque dare ai figli gli strumenti di base perché si muovano in rete con consapevolezza. Se volete, potete cominciare da Happy New Web, i 12 consigli di Mister Credit da condividere con i ragazzi per navigare in serenità.

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ShareIl social network più diffuso al mondo ha deciso di cambiare le regole sulla privacy, in particolare per quel che riguarda l’utilizzo delle informazioni caricate dagli utenti per inserzioni e contenuti commerciali.

L’obiettivo di questi cambiamenti è stato esplicitato dai responsabili di Facebook: rendere chiaro agli utenti che, usando i loro servizi, consentono all’azienda di fare uso delle loro informazioni personali (nomi completi, immagini del profilo e altri contenuti) senza ricevere in cambio alcuna compensazione. Gli utenti potranno comunque scegliere quali informazioni potranno essere sfruttate.

Un cambiamento nel segno della trasparenza verso gli utenti, certo, che adesso saranno informati chiaramente sull’utilizzo dei dati che decidono di condividere. Ma questa novità arriva dopo una pesante condanna per Facebook.

La società guidata da Mark Zuckerberg ha infatti recentemente firmato un accordo per risarcire con 20 milioni di dollari gli utenti che avevano avviato una class action dopo essere finiti (inconsapevolmente) nelle comunicazioni pubblicitarie del social network. L’azienda, con quell’accordo, si è anche impegnata a rendere più chiara la propria policy: ecco dunque l’origine delle modifiche che stanno diventano effettive proprio in questi giorni. Gli iscritti al social network potranno inviare feedback e commenti di cui Facebook terrà conto, senza però mettere in discussione le novità presentate.

Facebook ha anche annunciato che le foto del profilo saranno sottoposte al riconoscimento automatico dei volti: la funzione sarà attiva di default, ma gli utenti potranno decidere di disattivarla.

Intanto, l’azienda ha presentato il primo rapporto sulla trasparenza, da cui emergono dati interessanti, che fanno riflettere: nella prima metà del 2013, Facebook ha ricevuto circa 38.000 richieste di dati da vari enti governativi. Al primo posto ci sono gli Stati Uniti (quasi 12.000 richieste, di cui il 79% accolte), mentre dall’Italia sono arrivate 1.705 richieste di dati riguardanti 2.306 account e il 53% di queste sono state accolte.

Dopo la vicenda di Prism, le aziende stanno cercando di migliorare la propria immagine per quel che riguarda la trasparenza e la diffusione dei dati ma la strada, probabilmente, è ancora molto lunga.