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hai-cercato-il-tuo-nome-su-google-2Inserire nome e cognome e vedere cosa il motore di ricerca restituisce di noi: come resistere alla tentazione? La maggior parte di noi l’ha fatto almeno una volta, anche solo per curiosità. Una ricerca del Pew Research Center del 2012 ha anche rivelato che la tendenza a “cercarsi” su internet è in aumento. Gli anglosassoni hanno coniato addirittura un termine specifico per questa attività: egosurfing.

Nessuno stupore, se consideriamo l’importanza della reputazione online al giorno d’oggi: che sia per una selezione di lavoro o per l’accesso all’università, le tracce che abbiamo lasciato sul web potrebbero compromettere la nostra carriera.

La responsabile della ricerca del Pew, Mary Madden, spiegava al Corriere della Sera: “impiegati, esaminatori, partner: tutti utilizzano i motori di ricerca per scavare nel passato e nel presente delle persone. Per questo motivo la gestione della reputazione online è diventata un affare sociale e professionale per molti nell’era digitale”.

Oltre a ciò che scegliamo di condividere, spesso ci sono molte altre informazioni che diamo senza esserne consapevoli (uno degli esempi più chiari è la geolocalizzazione dei dispositivi mobili).

Se è vero che la reputazione online è diventata anche un business (chi può “ripulire” la vostra immagine digitale può chiedere fino a diecimila euro), è vero che siamo sempre noi i primi a poter decidere quali informazioni e quali dati condividere online. Non solo facendo attenzione a ciò che pubblichiamo sui nostri profili ma anche leggendo le informative sulla privacy dei servizi e delle applicazioni che usiamo ogni giorno.

Un atteggiamento fatto di consapevolezza e attenzione ci permetterà di evitare conseguenze spiacevoli: quasi tutti i servizi hanno ormai strumenti avanzati per la gestione della privacy (compresi i contenuti che ci riguardano pubblicati dai nostri contatti). Per esempio, possiamo verificare le autorizzazioni di Facebook e controllare (e cancellare) ciò che Google sa di noi.

E se cerchiamo uno strumento in più, che tenga sotto controllo la circolazione dei nostri dati personali e finanziari in rete, possiamo rivolgerci a Sicurnet.

quante cose sai di meSempre più connessi e sempre più social, grazie a smartphone e altri dispositivi, inviamo in rete un numero sempre maggiore di informazioni su di noi. Informazioni che vengono archiviate, analizzate e utilizzate per proporci servizi e pubblicità.

Se consideriamo che la maggior parte delle ricerche fatte online passa per Google e che moltissimi utenti hanno un proprio profilo Google (che sia il social network Google+ o un casella di posta su Gmail) possiamo renderci conto di quanti dati personali l’azienda di Mountain View sia in grado di raccogliere su di noi.

Dopo aver scoperto come conoscere tutto ciò che Facebook sa di noi, se siamo curiosi di vedere quanto Google ci conosca bene, ci sono alcuni link utili.

Anzitutto: Google crea un profilo per ogni utente sulla base di ciò che l’utente stesso condivide ma anche sulla cronologia delle sue attività sul web. Per accedere a questo profilo (ed eventualmente cambiare le informazioni che in esso sono contenute) si può dare un’occhiata a questa pagina. Questo profilo serve all’azienda per personalizzare le pubblicità che visualizzeremo: qualche tempo fa ci chiedevamo chi decide cosa vediamo e cosa leggiamo su internet… ecco, questa potrebbe essere una prima risposta.

Vi abbiamo anche messo in guardia dai pericoli legati alla geolocalizzazione: se abbiamo uno smartphone Android, Google potrebbe aver tenuto traccia dei nostri spostamenti. Se l’ha fatto, possiamo ritrovarli qui sulle mappe.

Google offre anche alcuni servizi che possono essere utili per la sicurezza, come il controllo sui dispositivi che si sono collegati al proprio profilo e le applicazioni (o le estensioni) che possono accedere ai dati in esso contenuti: possiamo segnalare accessi sospetti o revocare le autorizzazioni. È inoltre possibile scaricare una copia di tutti i nostri dati in possesso di Google. Ci sono anche un paio di pagine per gestire il proprio account e le attività associate: Google dashboard e la pagina del proprio profilo.

Ecco le ultime cose che Google sa su di noi: tutte le parole che abbiamo inserito nel motore di ricerca e i video che abbiamo cercato su YouTube.

Portrait of a smiling businesswoman with laptop sitting at desk in a bright officePiù la tecnologia entra nel nostro quotidiano, più aumentano le cose a cui dobbiamo fare attenzione: le minacce informatiche che arriveranno in futuro, infatti, punteranno probabilmente i nuovi dispositivi, come i sistemi installati sulle automobili o quelli indossabili, come i Google Glass.

Questi occhiali per la realtà aumentata che Google sta sperimentando comportano anche problemi legati alla privacy: per esempio, semplicemente indossandoli, grazie a un comando vocale, è possibile registrare video.

Possono inoltre contenere molte informazioni sui loro possessori, come smartphone e tablet: dati personali, password, documenti, fotografie… Cosa succede quando perdiamo uno di questi dispositivi?

Una domanda che sicuramente si è posto Luke Wroblewski, il primo a perdere i Google Glass. Al di là del fatto che si trattava di un gadget costoso e ancora in sperimentazione, l’aspetto più preoccupante per Wroblewski era proprio la privacy: all’account Google che gli permetteva l’utilizzo degli occhiali aveva infatti collegati altri profili personali su altri servizi. Non solo: aveva anche iniziato a sviluppare applicazioni e attraverso gli occhiali era possibile accedere al suo lavoro.

Gli occhiali, persi durante i controlli di sicurezza all’aeroporto, fortunatamente sono stati ritrovati e non hanno registrato accessi non autorizzati o tentativi di forzatura. In ogni caso, stando alle dichiarazioni di Wroblewski, per Google è possibile disattivarli da remoto. Un caso fortunato, forse anche perché si trattava di un prodotto particolare smarrito in un contesto particolare.

Di certo non avviene lo stesso con gli smartphone: c’è solo il 50% di possibilità che un telefono perduto venga restituito (secondo uno studio di Symantec). Non solo: chi trova il vostro smartphone potrebbe provare ad accedere ai vostri dati, compreso il conto bancario. In questi casi, il furto d’identità sembra proprio essere dietro l’angolo.

Ora che i dispositivi sono sempre più leggeri e connessi, le parole d’ordine sono attenzione e consapevolezza. Qualche consiglio: utilizzare il PIN o un altro codice per sbloccare lo schermo, in modo da rendere più difficile l’accesso al telefono in caso di furto o smarrimento; installare applicazioni che permettano di cancellare i dati da remoto o che possano tracciare i movimenti dello smartphone grazie al GPS; non salvare sul dispositivo password né codici di sicurezza in nessun modo.

Internet LaptopIl 2013 non è certo stato un anno tranquillo dal punto di vista della protezione dei dati personali. Basterebbe citare le intercettazioni realizzate dalla National Security Agency americana per rendere l’idea. E proprio da queste intercettazioni ha preso il via un’azione congiunta delle maggiori compagnie che offrono servizi internet: a dicembre hanno indirizzato a Barack Obama una lettera aperta per chiedere di limitare l’accesso ai dati dei propri utenti.

Apple, AOL, Facebook, Google, LinkedIn, Microsoft, Twitter, Yahoo: questi sono i giganti del web che si sono rivolti al presidente americano per salvaguardare i diritti dei cittadini contro le ingerenze degli stati.

La risposta di Obama, spinto anche dalle insistenze dei governi degli altri paesi, è arrivata a metà gennaio con la promessa di nuove regole per le azioni della NSA. Il presidente degli Stati Uniti ha chiesto al procuratore generale Eric Holder di preparare una proposta che consenta di tutelare la sicurezza nazionale limitando i poteri degli 007: per esempio, rendendo disponibili le intercettazioni solo in seguito all’autorizzazione di un giudice. Obama ha promesso garanzie anche per i cittadini stranieri che in questi anni sono stati sorvegliati.

Se queste promesse verranno mantenute potremo vederlo solo nei prossimi mesi, magari grazie a un altro Edward Snowden: senza le sue rivelazioni non avremmo scoperto nulla!

E sul fronte delle aziende? Vi abbiamo spesso parlato dei problemi di privacy che comportavano servizi internet o applicazioni per smartphone e tablet.

In Francia, Google è stata multata per 150.000 euro per aver violato la normativa nazionale in materia di protezione dei dati personali, soprattutto perché è mancata una corretta informazione agli utenti. L’azienda di Mountain View ha fatto appello contro la sentenza.

Anche Apple è di nuovo sotto l’attenzione dei difensori della privacy, in particolare per l’applicazione iBeacon contenuta in iOS 7, il nuovo sistema operativo per iPhone. L’applicazione darebbe la possibilità a luoghi pubblici (come musei, centri commerciali, stadi…) di identificare i visitatori e di tracciare i loro movimenti all’interno delle strutture. In un mondo in cui gli oggetti sono sempre più connessi, i rischi per la privacy e per la sicurezza si moltiplicano senza sosta.

Hacker and computer virus conceptAbbiamo più volte sottolineato che la sicurezza informatica è uno dei campi dove si giocano le battaglie più importanti per il nostro futuro iperconnesso. Se in Europa è nata una nuova task force contro il cybercrimine, a livello globale Trend Micro (società specializzata in sicurezza informatica) e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, agenzia dell’Onu, hanno siglato un accordo per affrontare al meglio le minacce dei prossimi anni. L’obiettivo è mettere a disposizione degli stati membri delle Nazioni Unite e di oltre 700 centri di ricerca e istituzioni accademiche le conoscenze e l’esperienza dell’azienda giapponese.

Intanto, gli esperti del settore hanno iniziato a fare previsioni per il 2014. E sono proprio i ricercatori di Trend Micro a ipotizzare scenari in cui a subire attacchi saranno i sistemi installati sulle automobili o sui dispositivi indossabili, come i Google Glass, gli occhiali di Google per la realtà aumentata.

Su La Stampa, invece, è Emiliano Massa di Websense Italy a elencare le probabili minacce per il prossimo anno: “il volume dei malware avanzati diminuirà sensibilmente per affidarsi ad attacchi meno invasivi e più mirati, soprattutto ad aziende di piccole e medie dimensioni”. E ancora, sono possibili grandi attacchi che abbiano come obiettivo la distruzione dei dati più che il loro furto. A essere presi di mira saranno sempre di più i servizi cloud, che contengono una mole di dati in crescita costante.

Se tecnologie e minacce si evolvono costantemente, il nostro livello di attenzione non deve rimanere indietro: difendere i nostri dati personali non solo ci aiuta a evitare truffe e furti d’identità, ma ci permette di controllare e mantenere la nostra reputazione online.

occhiali-googleNon sono ancora in commercio ma stanno già suscitando le perplessità e i timori di molti: sono i Google Glass, gli occhiali per la realtà aumentata, un progetto a cui Google sta lavorando da parecchio tempo.

Si tratta di occhiali equipaggiati con un micro computer in grado di connettersi a internet: chi li indossa potrà visualizzare direttamente sulle lenti informazioni aggiuntive sulla realtà che ha intorno oppure comunicare con i propri amici, dettare un messaggio di posta elettronica e molto altro. Gli occhiali sono anche dotati di una telecamera in grado di riprendere ciò che vede la persona che li indossa.

E qui nasce il primo dei problemi, tanto che alcuni cittadini inglesi hanno dato vita al movimento “Stop the cyborgs” per mettere in guardia contro i rischi legati ai nuovi strumenti tecnologici che tra poco arriveranno sul mercato: i Google Glass sono attesi per il 2014 e potrebbero essere solo la prima di tante novità forse inquietanti.

Quali conseguenze avranno questi nuovi dispositivi sulle nostre vite? E sulla protezione della nostra privacy e delle nostre informazioni personali? Difficile indovinarlo con esattezza. Ma ancora una volta bisogna sottolineare come la consapevolezza sugli strumenti e sulle loro possibilità di utilizzo è la prima arma di difesa, che ci consente di limitare gli eventuali rischi.

Una lettrice del Corriere della Sera recentemente si interrogava su quanto fosse lecito appropriarsi di momenti della vita di altre persone con la facilità concessa dai telefonini, caricando le immagini in rete. Di sicuro c’è solo che dovremo rivedere il nostro concetto di privacy e, probabilmente, difenderlo. Lawrence Lessig, giurista statunitense difensore dei diritti digitali, sostiene che dovremmo codificare la rete “per darci una migliore privacy consentendo allo stesso tempo una maggiore sicurezza”. Ma siamo ancora lontani da questo scenario.

Il tema della privacy, in seguito al caso Prism, sta iniziando a interessare di più sia i governi che i cittadini: questi possono anche fare pressioni sui politici e sulle aziende perché la loro privacy sia rispettata. Oltre ai consigli per tenere al riparo da occhi indiscreti i nostri dati, dobbiamo essere consapevoli degli strumenti che usiamo (software e hardware) e dei nostri diritti.

business woman at  officeOrmai siamo fatti di carne e bit e ciò che facciamo in rete è parte integrante della nostra vita, come quello che facciamo a casa o a lavoro. Non è, quindi, una domanda priva di senso chiederci cosa rimarrà dopo la nostra morte dei nostri profili social, delle nostre caselle di posta elettronica e degli altri account grazie a cui abbiamo prodotto e condiviso informazioni.

Non si tratta solamente di un problema di privacy e memoria: negli Stati Uniti, sta diventando un argomento di discussione a livello legale e legislativo.

Il nostro testamento dovrà includere anche le disposizioni relative a tutte le tracce digitali che abbiamo lasciato in vita? La direzione sembra essere proprio questa, se non vogliamo che il materiale accumulato sui nostri account rimanga inaccessibile a tempo indeterminato.

Le principali aziende che trattano dati e contenuti personali hanno già incluso le clausole post mortem nelle loro policy di utilizzo, in particolare per quanto riguarda la cancellazione degli account o la possibilità di accedere ai dati da parte dei familiari del defunto. Vediamo alcuni casi.

Google, per esempio, permette ai familiari di accedere all’account del defunto se viene fatta richiesta, includendo nome e cognome del richiedente, profilo a cui si desidera accedere e certificato di morte tradotto in inglese. I familiari potranno così accedere al suo profilo e decidere se eliminarlo oppure mantenerlo attivo.

Facebook consente di cancellare il profilo (su richiesta di un familiare) oppure di trasformarlo in un profilo commemorativo, in cui gli amici possono continuare a scrivere testimoniando il proprio affetto e tenendo vivo il ricordo. I casi di questo tipo sono già molti, anche in Italia.

Twitter permette ai familiari di scaricare tutti i contenuti del profilo della persona defunta, su presentazione di una richiesta con allegati il certificato di morte e un documento d’identità della persona deceduta.

Esistono poi servizi, come Legacy Locker, che conservano tutte le password di accesso ai nostri account e verificano periodicamente, tramite email, se siamo ancora in vita. In caso di mancata risposta, i dati per accedere ai nostri dati personali saranno inviati alla persona che avevamo indicato al momento dell’iscrizione. Negli Stati Uniti sono usciti anche libri, come Your Digital Afterlife: When Facebook, Flickr and Twitter Are Your Estate, What’s Your Legacy?, che guidano le persone a scegliere nel modo migliore ciò che vorranno fare dei propri dati digitali.

C’è anche chi ha creato software per continuare a inviare messaggi sui social network anche dopo la morte, è il caso di DeadSoci.al. Un progetto forse inquietante, ma che riflette le ansie e le attenzione di una società che, anche grazie all’evoluzione degli ambienti digitali, continua a cambiare.

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L’ultima importante novità di Google è piuttosto recente: in Italia è arrivata solamente qualche giorno fa. Si chiama Knowledge Graph e rappresenta l’evoluzione del motore di ricerca più usato al mondo verso il web semantico. Con questa espressione si intende un tipo di organizzazione dei contenuti e dei file che permette l’interpretazione del contenuto stesso da parte del computer che elabora la ricerca. Cosa significa? Che Google, in questo caso, sarà in grado di analizzare la nostra richiesta in maniera più approfondita e dettagliata, restituendoci già le prime informazioni in schede visualizzate accanto ai risultati tradizionali e mettendole in relazione con informazioni simili o collegate.

Ci stiamo muovendo verso un mondo fatto di macchine intelligenti, che sapranno capire cosa noi stiamo davvero cercando? La direzione sembra essere proprio questa, anche se l’introduzione di alcune funzioni di ricerca semantica è il solo il primo passo. Amit Singhal, al vertice del settore dell’azienda che lavora sul motore di ricerca, ha dichiarato che il funzionamento di Google diventerà sempre più simile al modo in cui “gli esseri umani percepiscono il mondo”.

Uno scenario che potrebbe spaventarci, rimandandoci le immagini della narrativa e del cinema di fantascienza, con gli esseri umani sottoposti al controllo costante delle macchine. Diverse forme di controllo, però, sono già in atto nelle tecnologie che usiamo ogni giorno, anche se non è sempre facile rendersene conto. L’esempio della personalizzazione dei servizi, di cui abbiamo già parlato, è forse il più chiaro: alla stessa ricerca su Google fatta da due persone diverse (due luoghi diversi, due computer diversi) verranno restituiti risultati anche molto differenti. Questo perché Google “legge” una serie di informazioni su di noi, dalle ricerche effettuate precedentemente al sistema operativo e al browser che usiamo (e molto altro). Il motore di ricerca è progettato per dare le informazioni più rilevanti per la persona che lo interroga, ma questo significa che una parte di contenuti potrebbero diventare meno raggiungibili, perché non in linea con il profilo che Google ha costruito su di noi. Qualche anno fa, il gruppo Ippolita ha scritto un libro, Luci e ombre di Google. Futuro e passato dell’industria dei metadati(disponibile gratuitamente), che spiega alcuni dettagli dei servizi offerti dall’azienda di Mountain View. Può essere una lettura utile per farsi un’idea più chiara sul funzionamento dei tanti strumenti che usiamo ogni giorno.

In un’epoca in cui le macchine sono sempre più facili da utilizzare e sono parte integrante del nostro quotidiano, diventa più difficile andare a curiosare, a vedere cosa c’è dietro, ma capire il funzionamento di un computer (o di uno smartphone) così come di un motore di ricerca o di un servizio web è il primo passo per usarlo in modo consapevole. Un discorso che vale anche per la privacy e le informazioni personali che decidiamo di condividere in rete: più conosciamo gli strumenti, più saremo in grado di usarli al meglio, evitando brutte sorprese.

Affrontare con consapevolezza la nostra vita digitale non vuole dire solamente sapere quali rischi si corrono in termini di privacy, sicurezza dei dati personali e possibilità di truffe (legate al furto di identità o ad altre frodi). Per vivere bene online è necessario conoscere il contesto in cui ci troviamo a interagire con informazioni, contenuti e, soprattutto, altre persone.

La velocità con cui si evolvono le tecnologie informatiche potrebbe scoraggiare l’approfondimento e non sempre si è disposti a spendere tempo per valutare un nuovo servizio o imparare a usare una piattaforma appena nata. Ma, se pensiamo ai social network o ai motori di ricerca che utilizziamo quotidianamente, cosa sappiamo dei meccanismi e degli algoritmi che li fanno funzionare? Spesso poco, o quasi nulla. Eppure determinano le informazioni a cui possiamo accedere e quelle che, invece, rimangono per noi più difficili da raggiungere.

Negli ultimi anni, in parallelo con la nascita e la crescita dei social network, si è sviluppata una forte tendenza alla personalizzazione dei servizi Internet. Sempre più spesso, per esempio, per accedere a un sito ci vengono chiesti username e password: questi dati ci identificano e le informazioni sulle nostre abitudini di navigazione, sugli argomenti di cui parliamo e sui nostri contatti sono a disposizione della società che fornisce il servizio. Il primo utilizzo è commerciale, perché questi dati sono necessari per gli inserzionisti, il secondo, invece, riguarda la personalizzazione dell’offerta.

Prendiamo il caso del motore di ricerca Google: i server a cui arrivano ogni giorno le nostre ricerche ne tengono memoria, così come analizzano altri dati come la nostra posizione geografica e il sistema operativo installato sul PC. Queste informazioni servono a Google per selezionare i contenuti che ci verranno proposti come risultati delle nostre ricerche. Quindi, in base alle parole che usiamo, ai link che clicchiamo e alle altre informazioni personali che hanno raccolto su di noi, ci forniscono i contenuti che ritengono più azzeccati.

Se l’aspetto teorico può non apparire chiarissimo, è sufficiente un esempio per capire bene cosa succede al di là della nostra possibilità di controllo: è sufficiente che due utenti diversi eseguano la stessa ricerca, con le stesse parole chiave, per ottenere risultati diversi, anche senza che ce ne sia nemmeno uno in comune.

Sorprendente? Sì e forse anche pericoloso, perché sono sempre più spesso gli algoritmi a decidere cosa possiamo trovare nel mare di informazioni della rete e, soprattutto, non possiamo sapere quali contenuti rimangono fuori dalla nostra ricerca. Contenuti che, per la profilazione che è stata fatta dei nostri comportamenti online, potremmo non riuscire a raggiungere in altro modo.

Eli Pariser, statunitense attivista per i diritti digitali, ha spiegato molto bene questi meccanismi nel suo libro The Filter Bubble. Conoscere gli strumenti che usiamo è il primo passo per agire consapevolmente.

Sicuramente siete utenti di almeno uno dei tanti servizi Google, e probabilmente vi sarete accorti delle novità legate alla gestione della privacy. Nei giorni scorsi, infatti, era sufficiente fare una ricerca, accedere all’account Gmail, leggere un documento su Google Docs, vedere un video su Youtube per visualizzare chiari avvisi: dall’1 marzo, Google avrebbe aggiornato le norme sulla privacy ed i termini del servizio.

Il primo marzo è arrivato: cosa cambia in sostanza? È davvero una novità così importante, per noi utenti? Una nuova normativa sulla privacy di Google cambierà il modo di utilizzare i suoi servizi, di cui ormai non possiamo fare a meno?

Per capire l’essenza della nuova normativa, basta leggere la prima pagina dedicata, che si intitola: “Una normativa unica, un’unica esperienza d’uso su Google”.

Il principale sforzo fatto da Google è stato proprio unificare le oltre 60 norme sulla privacy in una sola normativa.
Del resto, l’offerta di Google è ormai molto ampia, e si è sviluppata nel tempo, includendo progressivamente servizi molto diversi, spesso frutto anche di acquisizioni di altre aziende (pensate a Youtube, comprato da Google nel 2006). Ogni servizio, insomma, aveva una sua normativa specifica: ora è stato tutto condensato in un unico testo.

Se volete sapere cosa fa Google dei vostri dati, trovate le norme sulla privacy qui. Non spaventatevi ancor prima di iniziare: non è una lettura appassionante, ma nemmeno soporifera.

In breve, nella nuova normativa vengono illustrati:

  • i dati raccolti: sono le informazioni che Google raccoglie ed elabora mentre utilizziamo i suoi servizi;
  • le modalità di utilizzo dei dati raccolti: sono gli utilizzi che Google fa dei dati che ha raccolto;
  • gli strumenti che gli utenti hanno a disposizione per controllare e gestire le informazioni che li riguardano.

Senza dubbio, un’unica normativa sulla privacy è un passo avanti fondamentale in una direzione di semplicità e facilità: condensare più di 60 norme sulla privacy in un unico testo significa aumentare le probabilità che le persone lo leggano davvero, e si rendano conto di cosa danno in cambio dell’utilizzo dei servizi Google.

Ma non ci si può solo nascondere dietro ad una retorica di trasparenza per spiegare i motivi di questo cambiamento. Unificare la normativa sulla privacy significa per Google poter utilizzare tutti i suoi servizi in sinergia per fare ancora meglio quello che fa già da tempo: profilare gli utenti, capire i loro gusti ed i loro interessi per dare loro servizi migliori, e per vendere agli inserzionisti pubblicitari strumenti più mirati, efficaci e convenienti. Con la sua nuova policy, Google ci sta dicendo in sostanza che se vogliamo usare i suoi strumenti gratuiti, dobbiamo accettate le sue regole del gioco, che permettono a Google di utilizzare le informazioni raccolte in un servizio, per vendere spazi pubblicitari in tutti gli altri servizi. Per il business di Google, è un passo avanti non da poco.

Cosa può fare un comune utente davanti a queste novità? Google non dà l’opzione di scegliere se aderire o meno: chi utilizza i servizi dopo l’1 marzo accetta automaticamente la nuova normativa. Ecco perché Google si è mosso in maniera così evidente per informarci della novità. La chiave, come sempre, è allora la volontà di informarsi, di capire, e di tenere sotto controllo le informazioni che ci riguardano. Se avete un account Google, potete partire dal servizio gratuito Dashboard, che riassume in una pagina tutti i dati associati al vostro account, e vi dice quali sono privati e quali pubblici, quindi visibili a tutti. Quelli con l’icona blu e i tre omini stilizzati sono accessibili da tutti. C’è qualcosa che avete detto a Google di cui vi siete pentiti?