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I furti di identità, come abbiamo visto in questi anni, continuano ad aumentare e i truffatori sembrano non conoscere crisi. Le informazioni che i ladri cercano per poter sottrarre denaro alle vittime sono sempre le stesse: le password per accedere alle caselle di posta elettronica o ai profili sui social network, i dati relativi alle carte di credito, ai conti bancari o ai sistemi di home banking e pagamento online; e ancora le informazioni personali di base, come codice fiscale, indirizzo, data di nascita, numeri di telefono.

Le tecniche per cercare di rubare le informazioni sono molteplici: dal phishing (anche nelle sue varianti telefoniche o via sms), l’uso di malware per infettare il computer o lo smartphone della vittima oppure il recupero di informazioni da dispositivi buttati o rivenduti. A volte i ladri rubano i dati di bancomat e carte di credito modificando fisicamente gli sportelli bancomat (skimming). Spesso, però, per i truffatori è sufficiente raccogliere le informazioni che noi stessi diffondiamo in rete.

Ci sono alcuni segnali molto chiari per capire se ci è stata rubata l’identità:

  • riceviamo solleciti di pagamento per finanziamenti che non abbiamo mai richiesto
  • troviamo spese che non abbiamo mai fatto sugli estratti conto (bancari o delle carte a nostro nome)
  • chiediamo un prestito a una banca e questo ci viene negato perché risulta che non abbiamo pagato rate di prestiti precedenti, quando invece siamo sempre stati buoni pagatori.

In più del 50% dei casi, il furto di identità viene scoperto entro sei mesi ma in alcune occasioni possono essere necessari fino a cinque anni per scoprirlo.

Nel momento in cui sospettiamo di essere vittima di furto di identità, dobbiamo rivolgerci subito alla Polizia per sporgere denuncia, inviandone copia a istituti di credito e altre aziende che possono essere coinvolte. È importante anche conservare tutta la documentazione che può esserci utile per dimostrare la nostra estraneità ai fatti.

Mettendo da parte i dettagli su come funzionano le indagini per risalire ai truffatori (meglio lasciarle alle Forze dell’ordine che si occupano delle indagini), possiamo comunque fare la nostra parte per difenderci dai sempre nuovi rischi di furto di identità. Se vogliamo un livello di sicurezza in più, possiamo rivolgerci a servizi come Identikit e Sicurnet.

Sappiamo bene quanto sia importante conoscere le opzioni per proteggere le nostre informazioni personali sui social network. Sappiamo anche che dobbiamo essere attenti a ciò che condividiamo online: non solo stiamo rivelando parecchio su di noi ma c’è anche il rischio che diventi di pubblico dominio.

Proteggere i nostri profili da sguardi indiscreti e condividere materiale solo con persone che conosciamo davvero è un gesto importante di autodifesa. Ma cosa succede quando crediamo di conoscere la persona con cui stiamo interagendo e, invece, dietro c’è un truffatore?

Data la popolarità di Facebook, non stupisce che sulle pagine del social network si moltiplichino i tentativi di truffe, a volte difficili da riconoscere subito.

Abbiamo già raccontato alcune “truffe romantiche” in occasione del giorno di San Valentino: uno finto spasimante che compare dal nulla e conquista la fiducia della vittima per poi chiederle dati personali (che utilizzerà per rubare l’identità) o direttamente somme più o meno grandi di denaro. Molti uomini sono vittima invece di ragazze giovani e provocanti che, una volta registrata una videochat a contenuto compromettente, ricattano la vittima minacciando di rendere il video pubblico.

Ma ci sono anche altre truffe in cui il criminale crea un falso profilo di un vostro contatto per poi inviarvi un codice per sottrarvi (di solito piccole) somme di denaro utilizzando il vostro credito telefonico. La redazione di Punto Informatico ha provato l’esperimento e ingannare la vittima prescelta per il test è stato molto semplice.

Non dobbiamo dimenticarci di una cosa: tutte le informazioni che i truffatori usano sono informazioni che hanno preso dai nostri profili e da tutto ciò che abbiamo lasciato accessibile al pubblico. Come dicevamo all’inizio, quindi, è importante sapere come proteggere i nostri profili social. Su Facebook, per esempio, oltre a ciò che pubblichiamo possiamo nascondere a chi non è tra i nostri contatti la lista dei nostri amici e le foto del profilo.

Abbiamo parlato spesso, su queste pagine, dell’uso consapevole di internet da parte dei ragazzi. Se è vero che la scuola ha iniziato a occuparsi di questi temi e diverse esperienze e progetti di educazione alla rete sono nati negli ultimi anni, il ruolo dei genitori continua a essere fondamentale.

Inutile far finta che i rischi online per i minori non esistano: dal cyberbullismo alla possibilità di entrare in contatto con sconosciuti malintenzionati al pericolo di furto di identità. Bisogna quindi rendere i ragazzi consapevoli e attenti. Il miglior modo per farlo è condividere con loro l’esperienza della navigazione su internet e l’uso dei social network.

Prima regola: non diffondere mai dati sensibili e informazioni personali. Dare accesso a questi dati, infatti, sarebbe quasi come aprire la porta di casa a tutti gli sconosciuti, lasciandoli curiosare tra le proprie cose. Chi lo vorrebbe? Le informazioni personali dei minori possono includere la scuola frequentata e gli orari così come luoghi e orari di attività sportive o ricreative. Se non scegliamo di renderlo privato, su internet tutto è (potenzialmente) pubblico: facciamo capire ai nostri figli l’importanza del mantenere uno spazio privato anche in rete, così come desiderano averlo nella propria cameretta, per esempio.

Il paragone con ciò che avviene fuori dalla rete può rendere le cose più chiare: come non diventiamo amici di uno sconosciuto per strada, così è meglio evitare di aggiungere come amici sui social network persone che non conosciamo e di cui non sappiamo niente.

Facendo i primi passi su internet e social network insieme, i bambini e le bambine possono acquisire consapevolezza e sicurezza di sé, imparando come comportarsi anche di fronte a nuove situazioni, come per esempio la condivisione di fotografie, in particolare durante l’adolescenza, momento in cui le ragazze sono più esposte: basti pensare al sexting e alla possibilità che le immagini sessualmente esplicite inviate in una conversazione privata possano essere diffuse pubblicamente.

Per cominciare un percorso di condivisione con i nostri ragazzi, possiamo partire dai consigli di Happy New Web, dodici passi per scoprire internet e i social network insieme, in serenità.

san-valentino-2L’amore corre sempre di più in digitale, ma tra applicazioni per incontri e messaggi di improbabili spasimanti, i rischi sono dietro l’angolo. Forse quando abbiamo di fronte una persona che sembra apprezzarci siamo portati istintivamente a fidarci e ad abbassare le difese o forse, semplicemente, per tutti è gratificante ricevere attenzioni.

In ogni caso le “truffe romantiche” sono tante e non sembrano conoscere crisi. Si tratta di tentativi in cui il truffatore o la truffatrice mettono tempo ed energie per colpire un bersaglio, sperando di rubargli l’identità o del denaro.

Un classico della truffa via mail è il messaggio di una ragazza dell’est Europa in cerca di una relazione sincera: un italiano stentato, messaggi confusi, un indirizzo mail strano a volte non bastano a insospettire, l’esca di una foto in allegato spinge molte persone a cliccare. Una volta che la vittima risponde al messaggio, iniziano le richieste di denaro, con le scuse più varie: la truffatrice dice di volere incontrare la vittima ma di non avere i soldi per l’aereo, per esempio, oppure parla di qualche difficoltà familiare, come un fratello piccolo che ha bisogno di cure o una situazione di disoccupazione improvvisa. Sono molti coloro che inviano denaro, impossibile da recuperare.

Negli ultimi anni le truffe romantiche si sono spostate anche sui social network. In questo caso il truffatore crea un falso profilo Facebook, invia richieste di amicizia e inizia lunghe chiacchierate con le potenziali vittime. Anche in questo caso le storie di vita sono dure, tristi e il truffatore finge di essere interessato e innamorato della vittima che, spesso, cade nella trappola. Il truffatore a quel punto richiede denaro o dati personali (documenti, password per accedere a caselle di posta o profili social), spesso con la scusa di creare un rapporto di fiducia. Inutile dire che anche in questo caso è molto difficile incastrare i colpevoli.

Un altro tipo di truffa messa in atto sui social network vede una giovane e bella ragazza contattare uomini, fingere interesse fino al punto di chiedere loro una videochat “compromettente”: a quel punto la truffatrice riprende in video la vittima e lo ricatta, chiedendo denaro per non diffondere le riprese che ha registrato.

Anche le applicazioni per il dating (o incontri online) non sono sempre al sicuro, come dimostrato da un’analisi di IBM pubblicata a fine 2014: il rischio più comune è che qualche malintenzionato possa intercettare le informazioni personali.

Per San Valentino, quindi, gioiamo dell’amore ma non dimentichiamoci della sicurezza!

scoprire-furto-identitaSecondo i dati dell’Osservatorio frodi di CRIF, pubblicati a inizio luglio 2016, i tempi di scoperta dei furti di identità si sono sostanzialmente ridotti nel 2015: il 53,4% viene infatti scoperto entro i primi sei mesi, circa il 25% viene scoperto tra i sei mesi e i due anni mentre il 21,7% viene scoperto in più di due anni (e fino a più di cinque).

Nonostante questo segnale indubbiamente positivo, bisogna tenere presente che i furti di identità sono in continuo aumento.

Ma quali sono i segnali che la nostra identità può essere stata rubata? Il più eclatante è sicuramente il caso in cui veniamo contattati da un istituto di credito o da una società di recupero crediti che ci chiede conto di rate non pagate per prestiti che non abbiamo mai chiesto: in questo caso non perdiamo tempo e denunciamo subito l’accaduto alle forze dell’ordine .

Ecco un altro caso: chiediamo un prestito a una banca e la nostra richiesta viene rifiutata perché siamo considerati cattivi pagatori. Se non abbiamo mai contratto altri prestiti o se abbiamo sempre pagato le rate con regolarità, è molto probabile che qualcuno abbia usato il nostro nome per ottenere denaro. In questo caso verifichiamo le informazioni contenute nei Sic e facciamo denuncia alle forze dell’ordine .

Anche se ci imbattiamo in un profilo pubblico (sui social network o su un altro sito) che usa i nostri dati personali ma che non abbiamo creato noi, è meglio che ci rivolgiamo subito alla Polizia postale: anche se questo caso può non implicare una vera e propria truffa, si tratta comunque di un furto di identità.

Come azioni di prevenzione e controllo, invece, ecco qualche consiglio:

  • cambiamo regolarmente le password per accedere a servizi bancari, carte di credito e altri dati personali
  • controlliamo frequentemente i nostri estratti conto per riconoscere subito eventuali movimenti sospetti e denunciarli alla nostra banca e alla Polizia
  • non clicchiamo su link strani, non apriamo allegati su cui abbiamo dei dubbi, verifichiamo di essere su connessioni sicure prima di inserire dati sensibili: insomma, stiamo attenti alla sicurezza!

Se vogliamo uno strumento in più per proteggerci da furti di identità e frodi creditizie, possiamo inoltre rivolgerci a Identikit, che ci avvisa ogni volta che una linea di credito viene aperta a nostro nome.

Le frodi creditizie attraverso furto di identità – con il successivo utilizzo illecito dei dati personali e finanziari altrui per ottenere credito o acquisire beni con l’intenzione premeditata di non rimborsare il finanziamento e non pagare il bene – rappresentano un fenomeno criminale di dimensioni più che preoccupanti.
A questo riguardo, l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da CRIF stima che nell’intero anno 2015 i casi verificatisi nel nostro Paese siano stati 25.300 e abbiano determinato una perdita economica superiore ai 172 milioni di Euro. Inoltre, rispetto al 2014 si è registrata anche una crescita dell’importo medio frodato.
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facebook-profili-falsiTrasparenza: questa la parola d’ordine che il Garante per la protezione dei dati personali ha “ordinato” a Facebook. Antonello Soro, a capo dell’Autorità, ha infatti richiesto al popolare social network di mettere a disposizione di ogni utente tutte le informazioni che lo riguardano compresi i profili falsi che sono stati aperti a suo nome, se ne esistono, in modo chiaro e comprensibile per l’utente.

L’intervento del Garante si è reso necessario dopo la segnalazione di un utente italiano: una persona aveva creato un falso profilo a suo nome, diffondendo immagini e altri dati lesivi della sua persona a scopo di estorsione. La vittima aveva quindi chiesto a Facebook di avere accesso anche a quel profilo per cancellare i dati e di eliminarlo. Non soddisfatto dalla risposta del social network, l’utente si è rivolto al Garante.

Poiché Facebook ha una sede legale anche nel nostro Paese, anche se non è la sede responsabile del trattamento dei dati, l’azienda è tenuta a rispondere alle richieste dell’Autorità per la protezione della privacy: al caso segnalato dalla vittima di estorsione tramite il falso profilo è dunque applicabile il diritto italiano.

Il Garante ha quindi ottenuto che l’utente riceva da Facebook tutti i dati che lo riguardano, compresi quelli dei profili falsi creati a suo nome. Non solo: i profili falsi saranno disattivati ma i dati non saranno eliminati, in modo da permettere alla indagini di avere materiale e prove per incastrare il colpevole.

A fine marzo un’altra notizia legata a questi temi era trapelata sui media: Facebook sta lavorando a uno strumento per la protezione degli utenti dal furto d’identità. Questo nuovo servizio, che dovrebbe essere esteso a tutti gli utenti (anche se non ci sono tempi certi) avviserà le persone in caso un sospetto falso profilo venga creato utilizzando i loro nomi o i loro dati (per esempio le foto del profilo originale). La decisione di Facebook ci dice quanto il problema del furto di identità sia sentito e quanto i social network possano essere lo strumento di azioni criminali, come tentativi di diffamazione o estorsione. E sappiamo bene quanto la difesa della propria reputazione digitale e della propria privacy sia importante!

spidÈ stato lanciato ufficialmente a marzo e i primi servizi hanno iniziato a essere disponibili nelle scorse settimane: il Sistema pubblico di identità digitale promette di fornire ai cittadini italiani un accesso digitale unico per tutti i servizi della pubblica amministrazione. Attualmente, gli enti che hanno reso disponibili servizi sono: Inps, Inail, Agenzia delle Entrate, Regione Toscana, Regione Emilia Romagna, Regione autonoma Friuli Venezia Giulia e Comune di Venezia, Equitalia. Entro giugno dovrebbero aggiungersi Regione Piemonte, Regione Lazio, Regione Liguria, Regione Umbria, Regione Marche, Regione Lombardia, Comune di Firenze e Comune di Lecce. Entro il 2017 tutte le amministrazione pubbliche dovranno aderire.

Cos’è Spid e come funziona

Per avere il pin unico bisogna richiedere l’identità Spid a uno dei tre fornitori accreditati (al momento Infocert, Poste e Tim). Dopo aver scelto un nome utente e una password, il fornitore dell’identità digitale richiederà dati e documenti personali necessari all’identificazione (cognome e nome, sesso, luogo e data di nascita, codice fiscale, documento d’identità, indirizzo di posta elettronica e numero di cellulare).

L’ultimo passaggio sarà il riconoscimento, che può avvenire tramite firma digitale, carta d’identità elettronica o carta nazionale dei servizi (la tessera sanitaria) con un lettore di carte digitali connesso al computer, via webcam o presentandosi di persona agli uffici del fornitore. Una volta completata la procedura, la nostra identità digitale certificata ci permetterà di connetterci a tutti i servizi forniti dalla Pubblica amministrazione.

Ma è sicuro?

Per autenticarsi Spid prevede tre livelli di sicurezza: il primo con il semplice uso di nome utente e password, il secondo con la combinazione di nome utente e password e un codice inviato via sms o tramite l’applicazione Spid, il terzo usa invece nome utente e password abbinati a un codice digitale generato da un dispositivo. A oggi sono disponibili solamente i primi due livelli.

Molti dubbi sono stati sollevati sull’efficacia di questi sistemi e, soprattutto, sul sistema di riconoscimento dell’identità: i fornitori di servizi saranno in grado di riconoscere documenti falsi e tentativi di furto di identità? Su chi ricadrà la responsabilità in caso di frodi? Non ci sono ancora risposte certe a queste domande.

C’è anche chi sostiene la pericolosità di affidare a un pin unico tutti i servizi online legati alla pubblica amministrazione, quando usare più identificativi e password diverse sarebbe più sicuro. La carta di identità digitale potrebbe risolvere buona parte dei problemi di sicurezza, ma siamo ancora in una fase di sperimentazione e la diffusione è molto bassa. Se è vero che il sistema sicuro al 100% non esiste, davanti al rischio di furto di identità occorre procedere con cautela e creare le migliori condizioni di sicurezza possibili.

furto dati smartphoneA causa della loro sempre più grande diffusione, smartphone e tablet sono nel mirino dei criminali informatici: tra le minacce in crescita nel 2015, infatti, gli esperti prevedono un aumento del furto di dati legato all’aumento dei dispositivi connessi e nuovi rischi per i pagamenti via smartphone.

Mentre 26 garanti della privacy di altrettanti Stati scrivevano alle principali aziende che gestiscono app store per chiedere una maggiore attenzione ai dati degli utenti, alcuni produttori correvano ai ripari (almeno in parte).

Apple, per esempio, ha introdotto (nel 2014) la funzione “kill switch” con la versione 7 del sistema operativo iOS per iPhone e iPad: si tratta di una funzione che permette di bloccare un dispositivo rubato. Il risultato? I furti di iPhone sono diminuiti significativamente secondo i dati registrati nelle tre le città campione: a New York il calo è stato del 25%, a San Francisco del 40% e a Londra del 50%.

Anche Google ha lavorato in questa direzione, garantendo questa funzione dalla versione 5.0 di Android. Microsoft ha annunciato che i suoi utenti dovranno aspettare Windows 10 (che sarà compatibile con i dispositivi che attualmente usano Windows 8).

Mentre aziende (e garanti) cercano di rendere più sicuri i nostri dispositivi, valgono sempre alcuni consigli per limitare al minimo i rischi di furto di dati:

  • usare sempre Pin o password per sbloccare lo schermo e accedere al telefono;
  • usare un antivirus e un anti-malware per evitare di essere vittima di applicazioni trappola;
  • mantenere aggiornato il sistema operativo e le applicazioni;
  • disattivare le funzioni come GPS, Bluetooth, NFC quando non le stiamo usando;
  • fare attenzione alle reti wifi aperte: spesso queste connessioni non sono cifrate e i nostri dati potrebbero essere a rischio.

Non dimentichiamo che con il nostro smartphone possiamo accedere a una enorme quantità di informazioni su di noi oltre che ai nostri profili su siti e social network: il primo rischio, se ci viene sottratto il telefono (o i dati in esso contenuti), è il furto d’identità.

infografica-osservatorio-frodi-2015​I dati dall’Osservatorio di CRIF confermano l’inarrestabile trend di crescita di un crimine poco conosciuto e troppo spesso sottovalutato.

Nel 2014 i casi di frode creditizia mediante furto di identità rilevati dall’Osservatorio di CRIF sono stati circa 25.500, per una perdita economica che ha raggiunto i 171 milioni di Euro.
Questi dati, unitamente all’ulteriore incremento dell’importo medio frodato, forniscono probabilmente solo una dimensione approssimata per difetto del fenomeno ma, al contempo, confermano l’inarrestabile trend di crescita di un crimine poco conosciuto e troppo spesso sottovalutato.

Nello specifico, le frodi creditizie sono quegli atti criminali che si realizzano mediante furto di identità (attraverso tecniche come phishing, vishing, ecc) e il successivo utilizzo illecito dei dati personali e finanziari altrui per ottenere credito o acquisire beni con l’intenzione premeditata di non rimborsare il finanziamento e non pagare il bene. Da quando l’Osservatorio CRIF sui furti di identità e le frodi creditizie – giunto alla ventesima edizione – ha iniziato a monitorare in modo sistematico e strutturato il fenomeno è emersa una dimensione assolutamente preoccupante seppur non sempre associata ad un’adeguata consapevolezza e a comportamenti di autotutela realmente efficaci.

Il profilo delle vittime
L’analisi della distribuzione delle frodi per sesso delle vittime evidenzia una sostanziale continuità rispetto al trend rilevato negli anni passati, con la maggioranza dei casi (pari al 62,4% del totale, per la precisione) a danno di uomini ma anche con la progressiva crescita dell’incidenza delle donne (+0,6% rispetto al 2013).
Osservando la distribuzione delle frodi per classe di età, invece, emerge come sia stata quella compresa tra i 41 e i 50 anni in cui si è rilevato il maggior numero di casi, con il 25,1% del totale.
La fascia di età per la quale è stato registrato il maggior incremento percentuale rispetto alla precedente rilevazione è però quella 51-60, con un +16,9% rispetto al 2013.

Da un punto di vista socio-demografico, dallo studio di CRIF emerge anche che quasi in 1 caso su 3 la vittima della frode ha dichiarato di essere un lavoratore autonomo o un libero professionista. Questo potrebbe essere riconducibile al fatto che queste categorie professionali sono maggiormente esposte al rischio di subire un furto di identità finalizzato ad ottenere credito fraudolentemente in quanto i dati personali sono spesso pubblici e facilmente reperibili su internet, negli albi professionali pubblicati online, ecc.
“Tra gli elementi che emergono dal nostro studio risulta particolarmente significativa l’evidenza che quasi un terzo dei casi applica uno schema in cui il frodatore dichiara di essere lavoratore autonomo o libero professionista – commenta Maria Luisa Cardini, Senior Business Consultant Fraud Prevention & Compliance Solutions di CRIF -. Non sempre la vittima di furto d’identità lo è nella realtà ma questo è lo stratagemma adottato per evitare controlli attraverso il contatto del datore di lavoro, oltre che per la maggiore facilità nel produrre un documento reddituale falso. Però lo schema di frode da quest’anno potrebbe cambiare, dato che l’accesso alle fonti dati istituzionali attraverso Scipafi consente di avere un riscontro dei dati reddituali e della partita IVA dei professionisti, oltre ai dati anagrafici e di busta paga”.

La tipologia dei finanziamenti oggetto di frode
Anche dalle rilevazioni relative all’anno 2014 risulta che il prestito finalizzato continua a fare la parte del leone; infatti, il 78,3% dei casi di frode creditizia interessa questa forma tecnica, seppur l’incidenza sul totale risulti in lieve calo rispetto al 2013.Un vero e proprio boom si registra, invece, per le frodi perpetrate sui leasing auto, per quanto su un numero di casi decisamente contenuto, mentre quelle sui prestiti personali – prodotto che prevede mediamente importi e durate più lunghe rispetto ad altre tipologie di finanziamento – hanno fatto segnare un incremento del +13% rispetto al precedente periodo di osservazione. In forte crescita anche il numero di casi di frode perpetrate sui mutui, più che raddoppiati rispetto rispetto al 2013.La ripartizione dei casi di frode rispetto alle diverse forme tecniche di credito al dettaglio è riconducibile fondamentalmente alla relativa facilità con la quale i frodatori riescono a concludere l’operazione di finanziamento eludendo i controlli messi in opera dagli enti eroganti. A questo riguardo è bene sottolineare come molti istituti di credito nel corso degli ultimi anni si siano dotati di strumenti più efficaci nella prevenzione del fenomeno ma altrettanto non si può dire dei dealer e dei punti vendita presso i quali è possibile attivare a distanza un finanziamento per l’acquisto a rate di un bene o un servizio, spesso penalizzando la prevenzione a vantaggio della vendita.

La tipologia di beni e servizi oggetto di frode
Nell’ambito dei prestiti finalizzati, quasi 2/3 dei casi di frode rilevati nel corso del 2014 ha avuto per oggetto l’acquisto di elettrodomestici e prodotti di elettronica, informatica e telefonia, quali ad esempio tv di ultima generazione, smartphone e tablet.
Una quota rilevante riguarda anche il comparto auto e moto (con l’8,5% del totale) e quello dell’arredamento (con il 6,6%).
Rispetto all’erogato spicca in particolare l’incidenza delle frodi su servizi di travel/entertainment ma anche su elettrodomestici ed elettronica.

L’analisi delle frodi per fascia di importo
Analizzando l’entità dei crediti ottenuti fraudolentemente, anche nel corso del 2014 emerge la predominanza dei cosiddetti small ticket per quanto l’importo medio continui ad aumentare. A questo riguardo, dall’ultima edizione dell’Osservatorio CRIF emerge infatti che il 41,4% dei casi vede un importo inferiore ai 1.500 Euro. Il 27,2% dei casi, invece, ha riguardato un importo superiore ai 10.000 € mentre la classe che si è caratterizzata per la crescita più consistente rispetto all’anno precedente è stata quella con importo compreso tra i 10.000 e i 20.000 Euro, con un eloquente +42,5%.

I tempi di scoperta
Anche per quanto riguarda l’anno 2014 i tempi di scoperta continuano a concentrarsi principalmente in due macro categorie: da un lato la metà dei casi viene scoperto entro i primi 12 mesi, con una quota pari al 51,2% del totale (sostanzialmente in linea con le precedenti rilevazioni), ma dall’altro lato aumentano sensibilmente i casi scoperti dopo 2 o 3 anni.
In compenso, nell’ultimo anno si è fortemente ridotta l’incidenza degli eventi fraudolenti scoperti dopo 4 o più anni, anche per effetto di una più tempestiva attribuzione di crediti non onorati non all’insolvenza del richiedente ma, appunto, ad una frode.

“I nuovi trend del crimine informatico mostrano che, per compiere frodi e ricavare denaro in modo illecito, i criminali stanno diventando sempre più abili nel carpire le informazioni personali degli utenti – commenta Beatrice Rubini, Direttore della linea MisterCredit di CRIF -. A questo riguardo, la cosiddetta ‘Internet delle cose’ porterà ancora maggiori possibilità per i professionisti delle truffe online, che potranno accedere a una crescente varietà di sistemi. È quindi necessario che le persone siano sempre più consapevoli del valore dei propri dati personali e attente alla diffusione degli stessi su Internet e sui social network, avvalendosi anche di adeguati strumenti per la protezione della propria identità digitale”.

Come difendersi da queste insidie?
Prima di tutto è necessario elevare il livello di allerta e di autotutela, ad esempio ponendo la massima attenzione a ciò che viene condiviso online: infatti, spesso i ladri di identità ricorrono a informazioni che noi stessi abbiamo pubblicato su siti e social network. Un esempio semplice? Se si condivide una foto del proprio cane e il suo nome è utilizzato come password della casella di posta elettronica o dell’internet banking si rischia di fare un grande regalo ai malintenzionati.Le informazioni contenute nei profili pubblici possono essere usate anche per preparare trappole perfette: questo è il meccanismo che sta alla base del phishing e di altre attività truffaldine perpetrate via email.Un’altra importante barriera difensiva è rappresentata dalle password che vengono scelte per i servizi a cui si è iscritti: è consigliabile usare una password diversa per ogni profilo e assicurarsi che sia a prova di violazione.È essenziale aggiornare sistematicamente programmi e sistemi operativi perché spesso le vulnerabilità delle vecchie versioni sono utilizzate dai frodatori per installare software malevolo, in grado di spiare e rubare le password.Computer, smartphone e tablet sono a rischio anche quando si decide di rivenderli o di buttarli, per questo bisogna essere sicuri che i dati personali siano stati eliminati definitivamente. Diversamente, recuperarli potrebbe non essere così difficile per un frodatore esperto.Non va però posta attenzione solo alla tecnologia in quanto ci sono malintenzionati abili nel recuperare dati sensibili anche dalla spazzatura. Pertanto, ogni volta che si butta un documento che contiene informazioni personali o sensibili è sempre meglio distruggerlo o, quanto meno, renderlo illeggibile prima di cestinarlo.